L'Impianto Scenico è di MARIO BALDINI

“FALSTAFF e le gaie Comari di Windsor”
da Shakespeare

NOTE DI REGIA

FALSTAFF!, che il genio shakespeariano e il capolavoro di Verdi (unica sua opera comica, apice e travaso delle più sofferte espressioni) hanno reso mito: gaudente epicureo, trabordante, sensuale e anarcoide, libero, non all'interno delle convenzioni, ma libero da ogni convenzione.

 

E quale attore italiano ha vissuto o sfiorato, come artista e come individuo, con vitalità ostinata le analoghe esperienze di eccessi e scoramenti, di passioni e di pasticci, di furori e tenerezze, di cadute e resurrezioni, caparbio e remissivo, dissoluto e innocente, vanitoso e umilissimo, egocentrico e generoso, adulato e vilipeso, salamandra miracolata che ha attraversato incolume gli incendi della propria vita e della propria teatralità?:

 

Falstaff-Croccolo, Croccolo-Falstaff, e le gaie Comari, nella piccola e provinciale Windsor che sotto l'apparente quiete borghese è agitata invece da arrivismi e gelosie, pettegolezzi e trame, equivoci e livori, vendette grottesche e goffamente sadiche che si moltiplicano incalzanti di avido instancabile godimento fino al parossismo, eccessive, inverosimili, se non nei meccanismi iperbolici di una tragica farsa che addentra impietosa e irrisoria il vorticoso e beffardo gioco della vita, dove nessuno è innocente – soprattutto chi si ritiene di esserlo - dove i puritani vendicativi sono ben più malevoli e perversi del peccatore Falstaff, colpevole di ingenua e fanciullesca bricconeria, dove tutti calcolano cinicamente il proprio tornaconto, le proprie ipocrite astuzie di beffatori a loro volta beffati, nell'universale inganno che regge i rapporti umani.

 

E a suggellare questo taglio interpretativo, nel beffardo sabba finale non saranno i leggendari fantasmi del passato a raggelare il libertino Falstaff, ma saranno invece gli spettri del futuro: avanzerà dal cupo fondo, esangue, la morta borghesia contemporanea, omologata nelle sue lugubri divise perbeniste, i volti cancellati dall'anonimato. È l'incubo del futuro che appare a Falstaff: l'omologazione moralistica e impietosa che si rinnova uguale – e di cui “le gaie comari” sono emblematici prodromi -, dove non c'è posto per l'anarchia sregolata e vitalistica di Falstaff, né ora né mai.

Livio Galassi

 

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